Alleggerire la propria agenda dai numerosi appuntamenti oppure cercare di diminuire il carico di lavoro quando la tensione diventa eccessiva potrebbe rappresentare una strategia vincente per scongiurare il rischio di depressione. Ad affermarlo e' una ricerca apparsa sulla rivista American Journal of Epidemiology. Da uno studio condotto su un campione di quasi 5000 lavoratori e condotto da un team di ricercatori della University of Calgary e' emerso infatti che coloro che portano avanti un lavoro molto stressante per un periodo superiore ai 5 anni vanno incontro a un rischio di depressione doppio rispetto a coloro che conducono un lavoro meno intenso, oppure che decidono di ''allentare un po' la presa'' quando gli impegni diventano troppo pesanti da sostenere. Nello studio, i ricercatori hanno analizzato lo status psicologico dei 5000 lavoratori nel periodo compreso tra il 1994 e il 2001, suddividendo l'intero campione di soggetti in quattro gruppi: coloro che conducevano un lavoro stressante per l'intera durata del tempo, coloro che portavano avanti un lavoro meno stressante, coloro che vedevano aumentato il loro carico di stress e coloro che invece vedevano diminuire il loro carico di tensione con il tempo. I risultati hanno mostrato che i soggetti che conducevano un lavoro stressante o che vedevano aumentare il loro stress nel corso degli anni andavano incontro a un'incidenza di depressione dell'8%, esattamente il doppio (4%) rispetto a chi diminuiva il proprio carico di lavoro o conduceva un lavoro meno stressante nell'arco degli anni. Un risultato significativo, commentano gli autori, che dovrebbe spingere molti ricercatori ad analizzare piu' a fondo la relazione tra stress in ambito lavorativo e depressione maggiore, nonche spingere molti impiegati a compiere delle opportune scelte di vita quando la tensione lavorativa cresce a dismisura. Fonte: Wang JL et al. Changes in Perceived Job Strain and the Risk of Major Depression: Results From a Population-based Longitudinal Study. American Journal of Epidemiology 2009; 169(9):1085-91; doi:10.1093/aje/kwp037